La prima immersione

La sera prima.
È quasi mezzanotte: al buio, nel mio letto, con gli occhi spalancati sono preso da un vortice di pensieri. Solo poche ore fa è arrivata la conferma: dopo una settimana di brutto tempo e pioggia che avevano messo tutto in dubbio, domani all’alba si parte per la prima immersione in mare aperto.
Appena ricevuta la notizia, il primo pensiero è stato negativo; chissà perché preferivo non andare, poi, in fretta e furia, ho preparato la borsa con il timore di non averci messo tutto, e ora qui al buio…
Come capita in mille “notti prima”, c’è sempre un pensiero di rinuncia, di critica a me stesso per voler sempre sfidare me stesso, per voler sempre andare oltre mettendomi alla prova; la mente corre ad un anno fa: in quegli stessi giorni coronavo il sogno di andare in America e, come stasera, la notte prima ero dubbioso, mi ero forzato a lungo, perché partire da solo non è semplice anche se molti, fermandosi all’apparenza, non lo capiscono. La mente corre così a un pianto inaspettato la mattina alle 5 mentre davo un bacio silenzioso ai miei bimbi e un sorriso amaro si dipinge nel buio: ricordo che mentre piangevo mi dissero «Perché piangi? Lo hai scelto tu! Ti vai a divertire!» ed io quasi sprezzante risposi «Sai, io ho un cuore…».
Scuoto la testa nel buio, il ricordo è ancora più assurdo e mi consolo pensando a come il viaggio sia poi stato stupendo, forse il più bello della mia vita, nonostante abbiano fatto a gara a sporcarmelo, anche chi non doveva.
L’agitazione non passa, all’improvviso come in un sogno mi vedo sott’acqua che soffoco e non posso uscire, soffro come se fosse tutto vero, mi desto seduto sul letto respirando forte in cerca di chissà cosa, perché tutto questo? Papà, tu che sei lassù dammi una mano, dammi coraggio stammi vicino, papà solo tu, anche se forse mi starai criticando: in fondo non hai mai voluto che facessi il corso da sub.
Prendo sonno, ma dopo una mezz’ora mi sveglio: ecco, mancava qualcosa nella borsa, il coltello nuovo, ancora nella scatola, essenziale se si rimane impigliati in una rete. Finalmente ora c’è tutto e posso dormire, cerco di non pensare, poi non lo so.

Il grande giorno
Suona la sveglia, silenzioso mi vesto quasi al buio: stavolta non voglio sentire nessuno, stavolta non ci cado; saluto silenziosamente i miei figli dalla soglia della camera: al buio non li vedo ma i cuori si sentono.
Esco e l’aria frizzante toglie ogni pensiero, c’è il sole e il sonno è svanito.
Passo a prendere i miei compagni d’avventura e alle 6:30 precise siamo sul luogo dell’appuntamento. Nella città deserta spiccano figure solitarie intente a scaricare borsoni giganteschi e un bel pullman in attesa dei passeggeri. L’atmosfera è gioviale e sincera, noi della scuola alla prima uscita e tanti esperti sub, uniti dalla passione per il mare anche se in stati d’animo diversi.
Si carica l’attrezzatura e si parte, direzione Porto Santo Stefano: lì ci aspetta la barca per portarci chissà dove.
Noi della scuola siamo ormai un gruppo, volti trepidanti, ansiosi per il tempo, il viaggio corre tra mille domande agli istruttori e un’occhiata fissa alle nuvole, e poi alla pioggia; ci facciamo forza a sguardi, e scherziamo con Giulia (12 anni!) che oggi, insieme a noi, farà anche lei la sua prima immersione.
Arriviamo al porto, ma è tutto nero; ci fanno vedere la nostra motonave: è un peschereccio adattato per i sub; sembra rassicurante e il Capitano ha un viso e una cordialità che promettono bene.
Di corsa carichiamo tutto, assicuriamo le bombole ai lacci, si leva l’ancora e si parte, tra poco in mare aperto il capitano deciderà dove andare in base alle condizioni del mare e del cielo, intanto un bel gabbiano mi dà il benvenuto planando davanti a me e volteggiando nel cielo, come un sorriso che contraccambio con un silenzioso grazie dal profondo del cuore.
Dirigiamo verso l’isola del Giglio, che si vede appena in lontananza oscurata da un cielo nero come il mare leggermente mosso; a bordo è un’allegra compagnia anche se noi nuovi parliamo poco e ci guardiamo molto impauriti dal tempo e dal mare; gli esperti devono tè e caffè, fumano e ridono come se nulla fosse e non posso che pensare che sono fortunato: ho trovato la scuola giusta con gente semplice ma vera, che fa tutto questo solo per passione, ma cavolo che giornata, forse era meglio rinunciare, sembra inverno e se ci viene il mal di mare salta tutto.
Ora basta pensieri, tutti a poppa: l’istruttore ci da le indicazioni e i tempi, le ultime raccomandazioni, poi ognuno lentamente comincia a montare l’attrezzatura e il nodo alla gola aumenta…
L’isola del Giglio ci accoglie sotto una leggera pioggia e un cielo nero nero, buttiamo l’ancora a Cala Cupa; subito la ribattezzo Cala dei Gabbiani: sono un’infinità e mi volteggiano intorno; mi perdo a osservarli sorridendo come un bambino in un negozio di giocattoli: “grazie, grazie di esserci, grazie di stare con me”.
Come per incanto il cielo si apre, filtra luce che rivela subito un fondale dai mille colori che scioglie la tensione, ormai è tutto pronto, gli esperti sono già in acqua e si immergono per il loro giro più profondo del nostro, noi otto della scuola con i tre istruttori scendiamo in acqua uno alla volta, il primo passo dell’elefante da una barca vestiti di tutto punto con tanto di bombola. Va tutto bene, l’acqua e fresca ma la muta tiene bene, arriva il segnale e senza pensarci troppo ci ritroviamo sotto.
È come essere dentro un acquario, gli occhi fissi sul compagno si comincia la discesa, tutto a mente: compensare le orecchie, seguire le indicazioni, tenere d’occhio il compagno. Sto bene, anche se soffro per non avere un orologio e un profondimetro, e rompo le scatole ad Andrea chiedendogli continuamente la quota. Qualcuno si agita sale troppo e gli istruttori corrono a tirarlo giù; io sono sempre basso e mi fanno spesso cenno di salire un po’; quota -16 metri, che spettacolo, ma d’improvviso, e non so perché, come la sera prima, vado in affanno, voglio uscire, ho bisogno di aria!
Oddio, mi devo calmare, non posso risalire di botto, mi manca l’aria, voglio l’aria dal naso, dalla bocca non mi basta, cavolo, che faccio, dal naso no, ho la maschera; la mando in sovrappressione, cerco di calmarmi ma è sempre peggio, ecco ora chiamo Piero, il capo istruttore, gli faccio il segno che ho l’affanno e lui mi porta su piano piano e… aria!
No, cavolo, non devo, mi devo calmare da solo, ci devo riuscire, ce la devo fare, cosa racconto ai Gabbiani che mi aspettano fuori nel cielo? Respira, respira, calmo, dico a me stesso e non so come ma ci riesco, svanisce tutto, nessuno se ne è accorto, evidentemente era tutto dentro di me, meglio cosi, mi dico, forza, arrivano istruzioni dalla guida si torna indietro.
Ma non è finita, evidentemente i miei timori qualche fondamento l’avevano, un dolore assurdo all’orecchio mi blocca, cavolo non riesco a compensare, ma stavolta niente panico torno su qualche metro finché non lo sblocco. Maledetto raffreddore! Dopo qualche tentativo ce la faccio e sono strafelice, ho superato anche questa, ora l’esame finale, a 7 metri, seduto sul fondo ci aspetta un istruttore. Uno alla volta, davanti a lui rispondiamo a domande gestuali e poi togliamo la maschera e ce la rimettiamo svuotandola dall’acqua, una cosa impensabile fino a due mesi fa, una cosa che facciamo come bere un bicchier d’acqua. Poi tre minuti fermi a 3 metri per la decompressione e arriva il segnale, immersione finita, si risale.
Che strano riemergere, sono passati ben 40 minuti, finalmente dopo mille gesti possiamo parlarci, volti sorridenti, ci scambiamo sorrisi e cenni di assenso.
Il capitano ci accoglie con tè bollente, bruschette e parmigiano, tra meno di un’ora ci sarà la seconda immersione, dobbiamo prendere energie e calore, parliamo tra noi fitto fitto tra qualche normale rimprovero degli istruttori, fuggo in un angolo solitario a cercar conforto in un SMS, sono un po’ scosso per l’accaduto, ma me la devo vedere da solo.
Ora c’è un bel sole e i gabbiani sono intorno alla barca attratti dai residui di bruschetta, sono chiassosi ma a me sembrano parlare, dandomi coraggio e testimonianza di avercela fatta, sembra un attimo e siamo di nuovo in acqua con le mute bagnate da prima fa un freddo cane, ma siamo sommozzatori o no?
Scendiamo rapidi quasi a picco, Andrea mi batte sulla spalla e mi fa il segno 2, non capisco cosa intende, poi mi devo trattenere da spalancare la bocca, ho capito siamo a 20 metri addirittura 2 più del consentito, un'altra vittoria. È bellissimo, è pieno di pesci, stavolta niente affanno niente paure, mi sembra di essere in una vasca dell’acquario di Genova, risaliamo, altro esame superato di slancio. Ormai siamo euforici, ci scattano foto in continuazione poi riceviamo la visita di una bella seppia che si fa accarezzare e addirittura prendere, finche non si scoccia e sputa inchiostro; che bello siamo “parte” del mare, riusciamo perfino a non aver paura di un banco di piccole meduse e ce ne stiamo fermi in decompressione spettatori di tante bellezza.
È passata quasi mezz’ora; si emerge, per oggi è finita, anzi no ora ci aspetta il pranzo. Il mitico capitano ci ha preparato penne al tonno e pesce spada, una delizia per il palato; ora tutte le preoccupazioni lasciano il posto all’allegria, ai racconti, alle risate: ce l’abbiamo fatta e ci guardiamo fieri e felici. Anche Giulia ha fatto la sua immersione, sprizza gioia e sfoggia un guscio prelevato in acqua, e pensare che ha solo 12 anni…
Mettiamo tutto a posto, io non mi sazio di osservare i gabbiani che sembrano essersi moltiplicati, da terra arrivano la voce di altri gabbiani, di mio figlio felice per la mia “impresa”. Mi rende fiero, ma non colma i vuoti che ancora ho dentro. Altre voci mi scuotono: è il momento della grappa, oggi anche non voglio nemmeno pensare all’ernia iatale che mi tormenta.
Facciamo rotta verso terra, mi giro per ammirare l’isola e mi accorgo che siamo seguiti da una ventina di gabbiani che volteggiano dietro di noi: una vista stupenda, meravigliosa che cerco di immortalare con il cellulare; che belli, non finisco mai di ringraziarli silenziosamente, oggi mi sono stati vicini, forse mi hanno davvero riconosciuto come un loro simile…
La terra è vicina, e l’ormai leggendario capitano ci allieta con cornetti alla Nutella: veramente una bella persona, un perfetto organizzatore e un sorriso rassicurante, tutte cose importanti specialmente in mare.
Carichiamo il pullman e si riparte, la stanchezza si fa sentire ma nessuno vuole dormire, si scherza e si ride; ora l’atmosfera è quella delle gite più belle, parte il DVD di Gigi Proietti ad allietare il viaggio di ritorno, e il tempo vola, in un attimo ci ritroviamo a Roma, stanchi ma pieni di tante emozioni. Pacche sulle spalle e appuntamento alla prossima immersione quella che ci darà il nostro primo brevetto.
A casa mio figlio mi accoglie come un campione vittorioso, vuole sapere tutto e già sogna di fare come Giulia, seguirmi nelle immersioni appena avrà compiuto 12 anni. Sono stanco e frastornato, mi aggiro senza saper cosa fare, tante emozioni il ricordo della crisi, la bellezza dei fondali… Impossibile dormire anche stasera, ma da oggi sono un gabbiano sommozzatore, sembra un controsenso, ma suona bene.